Recensione del libro “La terapia familiare in Europa. Invenzioni a cinque voci”

Recensione a cura di di Francesco Bruni

La terapia familiare in Europa. Invenzioni a cinque voci. 

Autori: di Edith Goldbeter-Merinfeld, Juan Luis Linares, Luigi Onnis, Elida Romano, Marco Vannotti 
Editore: Franco Angeli, Milano, 2012, pp. 207, € 29,00 

La crisi economica e sociale che ristagna nei paesi europei con effetti negativi sulla condizione di vita degli individui e delle famiglie investe anche le problematiche che i terapeuti familiari affrontano. In Europa il movimento sistemico relazionale è sempre stato, per sua natura, sensibile alle condizioni sociali e alle sue conseguenze nella manifestazione del disagio psichico con ripercussioni nei programmi di cura e prevenzione. L’intreccio fra fattori sociali e psicopatologia ha caratterizzato il movimento europeo che negli ultimi anni si è articolato e arricchito con il contributo di psicoterapeuti impegnati nella clinica, nella formazione in psicoterapia, nella direzione di centri e servizi di psicoterapia, nella ricerca e nell’insegnamento universitario. Gli incontri fra i terapeuti europei si sono intensificati a partire dagli anni novanta con la nascita dell’European Family Therapy Association (EFTA). In questo contesto è nato il gruppo composto da Edith Goldbeter-Merinfeld, Juan Luis Linares, Luigi Onnis, Elida Romano e Marco Vannotti autori del libro: La terapia familiare in Europa. Invenzioni a cinque voci. 

Il libro pubblicato in Italia a cura di Luigi Onnis ci offre uno sguardo incrociato sulla pratica clinica. Le “invenzioni a cinque voci” proposte dagli autori sul lavoro con le famiglie e sull’essere terapeuta testimoniano la ricchezza e la creatività del movimento europeo. Gli autori sono psicoterapeuti di fama internazionale, provengono da cinque Paesi diversi e le loro voci diventano una polifonia di caratteristiche peculiari della cultura europea. Privilegiano la lettura complessa dei fenomeni umani, in contrapposizione ai tanti riduzionismi, e considerano la sofferenza e i disagi psichici con una visione multifattoriale che connette condizione sociale, relazioni familiari e caratteristiche individuali. Seguono inoltre una matrice comune che considera le persone e la loro sofferenza, il ruolo specifico e critico del terapeuta, l’importanza della sua maturazione personale e professionale, le risorse delle famiglie e le loro potenzialità, senza cercare di ridurre le differenze a schemi rigidi e senza rinunciare a coltivare lo spirito critico. 

I contributi presentati dagli autori hanno come punti d’incontro: l’etica e la responsabilità a diversi livelli (nei rapporti interni alla famiglia, in quelli fra terapeuti e famiglie e fra formatori e allievi terapeuti), il rispetto della persona, il lavoro sulle emozioni e l’empatia in psicoterapia, la considerazione del tempo e della storia, la ricerca di elaborazioni teoriche che introducano nuove visioni della realtà, la visione complessa della realtà umana che integra diversi livelli interconessi, anche se ognuno mantiene la propria singolarità. 

Ho avuto la fortuna di partecipare a uno dei convegni tenuti dagli autori di questo libro, quello di Roma del 2009, “Nuovi orizzonti della terapia familiare europea”, presso l’Università La Sapienza. Allora rimasi colpito dalla densità dei temi affrontati: il mito familiare, gli adolescenti e le loro famiglie, la coppia fra dimensione coniugale e genitoriale, l’assente in terapia e la formazione degli psicoterapeuti. Ognuno dei quali introdotto da un caso clinico e da puntuali riflessioni teoriche e metodologiche su cui si apriva il confronto fra gli autori e con il pubblico. Confronto che risultava essere ricco di contenuti e di spunti di riflessione. Inoltre rimasi colpito dal rapporto fra di loro che trovavo sinceramente amichevole e con un genuino rispetto reciproco che si traduceva in una mirabile sintonia fra le loro voci, ognuna delle quali portava un proprio contributo originale, dove le loro forti individualità terapeutiche si arricchivano reciprocamente. Nel libro si ritrova la stessa struttura con l’approfondimento di alcuni temi essenziali della terapia familiare oggi, in particolare la riflessione sul senso stesso della psicoterapia, e si rivive quella stessa atmosfera 

Nell’introduzione all’edizione italiana, Luigi Onnis considera una sinfonia complessa la terapia familiare europea e ne delinea i tratti peculiari. Ci dice che il pensiero sistemico ha beneficiato in un primo momento dell’incontro con i paradigmi evolutivi e poi di quello con la cibernetica di secondo ordine. Questa evoluzione ha riportato il tempo e la storia in psicoterapia e ha considerato il terapeuta co-responsabile del processo clinico, della sua evoluzione e dei suoi esiti. Il terapeuta ha così trovato una nuova dimensione etica e hanno riacquistato valore il soggetto e le singolarità che compongono il sistema familiare. Ci si è trovati quindi in presenza di molteplici livelli sistemici fra loro complementari, che hanno richiesto una nuova epistemologia scaturita dall’incontro con l’ottica della complessità. 

In questo quadro, anche il terapeuta sistemico trova una nuova identità, non ha più la pretesa di controllare il processo e prevederne gli esiti, ma si impegna a introdurvi visioni alternative, allargando il ventaglio delle scelte del paziente. Il lavoro quindi si arricchisce correlando al qui e ora il livello diacronico della storia e delle sue rappresentazioni simboliche, in particolare quelle dei miti familiari su cui si fonda l’appartenenza sistemica dei membri della famiglia. Esplorare questo mondo di “conoscenze relazionali implicite” comporta il ricorso a linguaggi analogici come accesso alle emozioni e all’affettività. Qui ritrovano la loro giusta dimensione le “lealtà invisibili” come correlazione fra il livello dell’identità individuale e quello dell’appartenenza sistemica. 

Questa trasformazione investe il modo di essere terapeuta e la rinuncia alle tecniche istruttive e prescrittive di un tempo, oggi sostituite da modalità dialogiche e ri-narrazioni, supportate da “oggetti metaforici” per introdurre nuove visioni della realtà e stimolare le potenzialità del sistema che chiede aiuto. Comunque sia, la relazione terapeutica diviene un incontro empatico, come fattore di cambiamento terapeutico. 

L’apertura all’ottica della complessità caratterizza il movimento sistemico europeo diventando critica a tutti i riduzionismi, come quelli proposti dalla psichiatria biologica, e prendendo le distanze dai modelli olistici onnicomprensivi e dogmatici. L’ottica della complessità ci conduce alla pluralità di punti di vista, in quanto condizione necessaria per conoscere la realtà osservata, come differenze di una differenza. Ma ci invita anche a coltivare la tolleranza e il rispetto di cui tutti abbiamo bisogno per superare discriminazioni e le intransigenze che investono la vita sociale. 

In questo quadro si collocano gli argomenti affrontati nel libro. Che riprendo brevemente. 

Onnis si sofferma sulle voci interne alla famiglia, sui miti e la loro funzione “fondatrice”, come rappresentazioni di valori condivisi che definiscono l’appartenenza e l’identità nel sistema familiare. L’individuo nel sistema familiare si sviluppa psichicamente in una dialettica fra due polarità complementari: l’appartenenza, come riconoscimento del mito familiare, e l’identità individuale, come spazio di libertà del soggetto. Questa “dialettica aperta” è un gioco flessibile e di influenze reciproche che permette a ognuno di evolvere e crescere trasformando il mito familiare senza che la famiglia cessi di esistere. Ciò porta allo sviluppo dell’identità senza che vi sia perdita dell’appartenenza. Invece quando la dialettica tra appartenenza e identità è limitata, il mito si irrigidisce e diventa decisamente costrittivo dei bisogni individuali di crescita. Questa forte opposizione con le esigenze personali blocca qualsiasi evoluzione e apre le porte alla patologia. Il comportamento disfunzionale indica, in queste circostanze, da una parte la protezione che il mito esercita e dall’altra ne denuncia la sua funzione costrittiva. Onnis approfondisce questo tema riprendendo: le recenti scoperte delle neuroscienze e in particolare i nessi tra mente e corpo (Damasio) e la loro unità; le implicazioni della “conoscenza relazionale implicita” (Stern) i cui dati sono immagazzinati nella memoria implicita, dove risiedono i miti familiari; la funzione dei “neuroni specchio” che ci aiutano a capire come questi elementi emozionali diventano patrimonio familiare condiviso, tramite circuiti “come se” o “simulazione incarnata”, di cui parla Vittorio Gallese. Alla luce di queste considerazioni, mutuate dalle neuroscienze, si comprende l’utilità del linguaggio analogico nell’esplorazione del mito familiare e quindi il ricorso da parte di Onnis e della sua équipe al metodo “Sculture del Tempo Familiare”. Il lavoro con le “Sculture del Tempo Familiare. viene illustrato nel libro attraverso un caso clinico dove viene attribuito grande rilievo alla storia transgenerazionale della famiglia. 

Elida Romano ci introduce alla terapia familiare con figli adolescenti. Affronta il tema dell’ospedalizzazione dell’adolescente e riporta un caso di un ragazzo con sindrome depressiva grave trattato presso l’Unità di Terapia Familiare dell’Ospedale del Clos Bérnard a Aubervilliers. Per l’adolescente tutto è vertiginoso e le crisi che compaiono in questa fase del ciclo di vita familiare richiedono una revisione delle distanze inter-individuali. In genere, la condizione di malessere dell’adolescente segnala una difficoltà di tutto il sistema e la necessità di un cambiamento nella famiglia. La sola risposta terapeutica individuale non tiene conto della necessità di trasformazione del contesto familiare e di trovare in esso quella sicurezza per diventare autonomo. Coinvolgere la famiglia nella terapia evita di rinchiudere il giovane in una diagnosi psichiatrica stigmatizzante. L’intervento individuale resta incompleto anche perché se un’adolescente viene visto da solo non può fare emergere la sua funzione familiare. 

Juan Luis Linares è impegnato in un’interessante ricerca di revisione della psicopatologia in chiave sistemica relazionale e in questo libro ce ne offre un contributo prezioso. Ci riporta al mito della Genesi con protagonisti Adamo ed Eva e ci illustra cosi l’incrocio di diverse forme di coniugalità e genitorialità dalle quali scaturiscono le personalità dei figli, giacché le difficoltà dei discendenti possono avere una matrice nelle difficoltà che i genitori hanno avuto nelle relazioni coniugali e genitoriali. Con una buona dose di ironia Linares ci introduce alla relazione fra Adamo ed Eva e a quella con i loro figli formulando due ipotesi di coniugalità (armoniosa e disarmoniosa) e tre ipotesi di genitorialità (buona con Caino e Abele; cattiva con Caino e con Abele; cattiva con Caino e buona con Abele). Ne scaturiscono diverse combinazioni della dimensione relazionale nel sistema familiare come espressione delle correlazioni tra le diverse ipotesi della coniugalità e della genitorialità. Le diverse combinazioni tra coniugalità e genotorialità condizionano il clima relazionale della famiglia d’origine e permettono di formulare ipotesi per delineare la futura personalità dei figli. 

Edith Goldbter-Merinfeld si sofferma sul posto che il terapeuta occupa nell’incontro terapeutico e sulla funzione della presenza dell’assente in terapia. Anche nella più piccola unità relazionale vi sono dei terzi che contribuiscono a strutturare relazioni triangolari. E in ogni relazione è possibile che ogni membro possa ricoprire il posto di un terzo assente. Per questo la Goldbter-Merinfeld si interroga sul posto del terzo che il terapeuta occupa nel sistema terapeutico e sulla funzione della terapia stessa. Per lei la psicoterapia è “un processo che favorisce, attraverso la presenza di una terza persona chiamata psicoterapeuta, l’emergere di un campo relazionale che rende possibile una modifica dei vissuti e delle prospettive di vita, in modo tale che le sofferenze e i sentimenti di disagio visti in una luce diversa, si riducano o spariscano.” (p. 132). Inoltre ci ricorda che lo psicoterapeuta e la famiglia che lo consulta devono poter dividere le loro strade a un momento concordato in modo da rendersi autonomi l’uno dall’altro ed elaborare il lutto del loro precedente legame. Attitudine che richiede al terapeuta di saper, saper fare, saper essere, ma anche di saper-divenire. 

Marco Vannotti affronta il tema della formazione degli psicoterapeuti alla prova del saper essere. Egli analizza il percorso formativo e in particolare i vissuti degli allievi e dei didatti e sottolinea l’importanza della dimensione emozionale durante la formazione, che non può essere ridotta a un semplice processo di apprendimento o a una serie di informazioni tecniche e teoriche. La formazione in psicoterapia è un’esperienza relazionale che trasforma l’allievo e il didatta: uno scambio fecondo che “favorisce la co-costruzione di una base personale sicura per rinforzare il proprio “essere-con-sé” una base per muoversi nel mondo, per essere in relazione” (p.180) 

Nell’insieme delle “invenzioni a cinque voci” il lettore può apprezzare cinque modi di essere psicoterapeuta che sono fra di loro interconnessi nel contribuire a realizzare processi di cambiamento con una dinamica aperta alla variabile del tempo e con un’armonia dove risaltano le emozioni e i vissuti delle famiglie, dei terapeuti e dei didatti.